Le fate sono sfuggenti e, le poche volte che si lasciano sfiorare da uno sguardo, si mostrano sorridenti. Così abbiamo preso a rappresentarle sempre felici, si potrebbe immaginare siano sciocche. Ma non basta immaginarle, in loro bisogna credere, fermamente e ciecamente.
E chi ci crede sa cosa succede di notte, al sicuro tra ombre fitte e al riparo da sguardi indiscreti.
Di notte, rannicchiate nelle corolle dei fiori, le fate, piangono per il modo in cui la sacrilega bramosia dell' uomo corrompe la bellezza e sfrutta la terra per i suoi beceri scopi.
Di questo pianto, al mattino, resta traccia ovunque: sulle foglie, sui petali e sui fili d’erba. Ma un cuore disincantato non vede e non sa, chiama rugiada quel velo di lacrime che copre le cose.
Eppure basterebbe guardare bene, al di là dell’ovvio e dello scontato, vedremmo allora creaturine sconvolte da sempre nuove brutture, che ci temono e ci sfuggono.
Con le ali bagnate di pianto, non possono volare. Hanno bisogno di un raggio di sole, o della risata di un bambino, per poter librarsi nell’aria e sorvolare le loro terre. Gioiscono, danzando tra i boschi, di ogni sforzo che la natura fa per ribellarsi alle prevaricazioni umane.
Dal pianto notturno delle fate, le piante hanno nutrimento. Dal loro canto, i cuori puri sono rasserenati e spronati ad essere migliori.
Chi non crede perde la bellezza, essendo già privo di bontà, e nega ciò che i suoi occhi non meritano.
Non date retta a chi dice che non esistono, spingete il vostro sguardo oltre l’ovvio e il banale. Forse un giorno, camminando su un sentiero battuto, nei primi raggi di sole, scorgerete un fugace volo e capirete che non era una farfalla.
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